Megha

Mega diverso. L’associazione di parole cadrebbe nell’infinito pozzo del già sentito, non fosse che Megha è anche il cognome, poi nome d’arte, del più recente approdo avvenuto sul pianeta Asian Fake.

Perché diverso? Perché è un artista di cui non sapete nulla, una volta tanto: non il suono, men che meno il volto, e allora cosa resta? La curiosità, quel motore tutto umano per cui sentiamo il bisogno di sperimentare, di infilare lo sguardo nello spioncino di una porta, a patto che sia chiusa.

Offuscata da una galleria di luce fumosa potreste vedere la peluria di una moquette su cui Megha cammina scalzo, potreste intuire uno scodinzolio nel caso in cui Mini passi fiutando per di lì, potrebbe arrivarvi attenuato l’odore di qualche raviolo arenato sul fondo di una delivery box. A quel punto sforzate la pupilla e inquadrate Megha, affacciato su Roma dalle vetrate di una mansarda, che guarda senza essere guardato, come a proteggere un mondo che allo stesso tempo lo spaventa. Da lì scrive, canta e produce Musica, con un synth in testa come un’armatura che difende ilpensiero. La chiave è in lega di note, qualche giorno ancora, poi aprite.